Fra Silvio della Croce

MONTE CARMELO 25-27/6/2004

LA NOTTE OSCURA

NELLA BEATA

MARIA CANDIDA DELL’EUCARISTIA

«Consideravo tante specie di unioni. Ma solo m’appagai quando posi la mia unione con Lui accanto a quella che passa tra Lui-Verbo con il Padre» (CM 114)

INTRODUZIONE

Tutti i nostri Santi carmelitani hanno vissuto nella loro vita quell’intima unione con Dio che, sebbene si compia per iniziativa divina, giunge a perfezione con l’esercizio delle virtù teologali, le quali ci additano Dio come il «Sommo Bene», da desiderare e amare.

Questa intima unione con Dio si compie camminando attraverso la via stretta e varcando quella porta stretta che é la notte oscura a cui nessuno che aspiri a questa unione con Dio, si può sottrarre e alla quale nemmeno la beata Maria Candida ha potuto e voluto sottrarsi, e tutto questo per amore del suo Gesù. «Solo per amore eleggerei ancora il sacrificio, l’immolazione, la croce, le tue spine per assomigliarti, o Gesù! Gesù non mi escludere dall’onore di assomigliarTi, dal portare la croce per Te!» (CM 21).

La notte oscura è il cammino che l’anima innamorata compie per giungere all’unione ed è detta notte perché il suo inizio corrisponde alla privazione di ogni gusto delle cose create, il che per i nostri sensi è una vera notte, ma anche a causa della via da seguire, che è la fede la quale è oscura, come lo è la notte per l’intelletto ed infine a causa della meta che è Dio il quale è notte oscura per l’anima che si trova ancora sulla terra.

Quindi nella notte, in questa nuova realtà, l’anima innamorata cammina incontro a Dio, immersa nell’oscurità, così come se fosse un cieco, ma viene condotta per mano dalla fede che rappresenta l’unica guida in questo viaggio notturno. La notte riguarda sia i sensi che lo spirito.

Le tappe del cammino d’unione sono l’orazione e la purificazione: attiva in cui prevale l’azione dell’anima e passiva, in cui prevale l’azione di Dio; osserviamo questo cammino nella beata Maria Candida, iniziando a tratteggiare la purificazione attiva.

 

LA PURIFICAZIONE ATTIVA

 

Un cammino di conversione non può iniziare se l’anima non si predispone ad effettuare un cambiamento radicale del suo modo di vivere e questo perché è il Signore che fa capire all’anima il suo stato, e Maria Barba vivrà questo momento a 15 anni: «Ma ben riuscì Gesù nel suo intento, perché appunto questo voleva farmi rilevare il mio Dio: la mia indegnità, la mia cattiveria, la mia miseria e infedeltà». (NSC 42)

 

Inizia in Maria quella che possiamo chiamare la “conversione ascetica”. Dice Padre Albino Marchetti: «L’intervento di Dio determina un nuovo orientamento spirituale, con una totale rottura col mondo e con la mediocrità, e l’impegno responsabile e fermo di dedicarsi alla ricerca della perfezione cristiana».

Maria sin da ragazza si impegnerà nel volersi mortificare per amore di Dio ma, non avendo un padre spirituale che la potesse guidare (anche se ha come confessore Padre Matera) ricorre a san Giuseppe che ella stessa definisce: «Maestro di coloro che desiderano vivere vita interiore» (C.G.).

Ma la sua vera guida è Gesù, negli scritti del priorato infatti dirà: «Chi m’ha istruita? Sorge dal centro del mio cuore - ove abita il Maestro - il sentimento, l’ardore per la virtù, ed io non posso sottrarmi. E che non sbaglio, mi capita poi di riscontrarlo nella vita dei Santi» (CM 16).

E ancora: «Mio Dio chi m’ha istruita? lo non lo so. So che ebbi per guida soltanto Te, quando mi prendesti per tua. Io seguivo l’ispirazione del cuore, io fui condotta per la via dell’abnegazione sotto ogni riguardo... Si direbbe che una voce m’avesse sussurrato: abnegazione! O mio Gesù: abnegazione! Non è forse ciò che Tu chiedi ai tuoi seguaci? Non è questo il patto che fai con loro?» (CM 81)

 

Maria sente interiormente che tutto deve passare attraverso la purificazione e l’orazione: «Fin da quel giorno, mi misi davvero, oltre all’orazione, a voler essere buona! Che desiderio ne avevo» (C.G.).

 

Maria è un’anima docile all’azione di purificazione che il Signore vuole porre in essere in lei «Io dico subito «sì», e alla cieca, a tutto ciò che Gesù mi chiede o mi propone, fosse la cosa più terribile o più disastrosa per la natura, fosse la cosa più difficile! Il mio sì è subito detto!» (CM 18), ma, con la foga giovanile, ha anche tanta fretta di arrivare ad essere santa: «Avrei voluto diventare santa in un giorno ma poiché ero discesa fino all’ultimo gradino nella scala dei vizi, dei peccati, dovevo risalire gradatamente. E Gesù mi sopportò ancora… ma per lo più feci presto con la grazia divina, a smettere tutti quegli abiti (cattivi), e ora Gesù mi fa praticare le virtù opposte. Sarei veramente ingrata verso Gesù, se non mi dicessi che mi hai trasformata qui!» (C.G.).

 

Compie già a 15 anni dei sacrifici e delle rinunce: «Stabilii la pratica del digiuno per i giorni di mercoledì, venerdì e sabato e anche l’astinenza dalla frutta e dai dolci, in quegli stessi giorni» (NSC 87), oppure prega con le mani sotto le ginocchia, e compie tanti altri tipi di mortificazione, ma verso la fine dei 18 anni Maria capirà che «la mortificazione è il principio della perfezione», come dirà ella stessa e, che la perfezione è anche frutto dell’orazione, allora compirà altri tipi di mortificazione fino ad arrivare a poco, a poco, a mettere sotto controllo la vanità tipica di quell’età, e non solo, e col passare degli anni, aumentando la sua interiorizzazione, grazie al cammino di orazione, comprenderà che deve rinunciare alla stima delle creature, rifiutando così ogni tipo di eleganza e di ricercatezza nel vestire, a cui era molto legata e tutto questo per piacere sempre più e solo a Dio. Arrivata ai 20 anni si rende conto che tutte quelle mortificazioni così intense che prima compiva, non erano necessarie alla vita interiore e alla pietà, per cui, col passare del tempo si legherà sempre meno a determinati tipi di privazioni accettando le pene e le contraddizioni che le arrivavano dal Signore.

Il lavoro di mortificazione che Maria compie su se stessa, non si limiterà ai primi anni, ma trasformatosi durerà tutta la vita e, nel maggio del 1927, a 43 anni, emetterà il voto di mortificazione che, rispetto agli altri voti da lei emessi le risulterà, come lei scrive: «più facile sebbene a volte costi alla natura» e sì chiederà: «Come vivere senza mortificazione? L’anima mia ne prova tanto orrore, quanto ne proverebbe ad immergersi nella mortificazione chi l’aborre, e vive tutto l’opposto» (CM 80-81).

Ma anche la mortificazione costa «Non nascondo che ciò costa mille volte alla natura» (CM 80).

 

Ma tutto viene accettato con il vigore che le dava Gesù: «Oh, sì! lo sento in me qualche cosa di forte, di maschio... se io scorgo nei sensi una loro inclinazione, una loro sollecitazione o mollezza, un raggiro o ripugnanza dell’amore proprio, eccomi lì tutta per castigare, per andare all’inverso, per immolare, per sacrificare, per umiliare» (CM 15).

 

È Madre Candida stessa a chiedere al Signore la sofferenza: «Penetra, distruggi senza riguardo, solo guardando dì soddisfare e appagare Te, consumando ogni fibra che non è tua» (CM 42).

Nel cammino di purificazione, esigerà sempre di più nei confronti di se stessa, per il Signore e, l’8 settembre del 1927, emetterà il voto del più perfetto: «Ripeto: sarebbe stato un affaticamento per il mio spirito guardare, decidere quale sarebbe stato il più perfetto in ogni cosa». Ma, continua: «Sì, io volevo. A tutti i costi volevo solamente il più perfetto» (CM 71-72).

 

In Maria si fa sempre più presente quanto dice S. Teresa Benedetta della Croce: «Esiste una chiamata a patire con Cristo e perciò a collaborare con Lui all’opera di redenzione. Se siamo uniti al Signore, siamo membra del corpo mistico di Cristo, che continua a vivere nei suoi membri e soffre in loro; e il dolore, portato in unione con il Signore, è suo, innestato nella grande opera della redenzione, e per questo è fecondo. È il principio su cui si fonda la vita di tutti gli ordini religiosi e in primo luogo del Carmelo: attraverso una sofferenza liberamente accettata, intercedere per i peccatori e collaborare alla redenzione dell’umanità».

 

E vivendo nelle sue fibre quanto dice E. Stein non si ferma al voto del più perfetto ma nella festa di tutti i Santi del 1927, emette quello di vittima, lo aveva chiesto al suo confessore quando era a Palermo, ma le era stato rifiutato. Adesso in monastero lo emetterà: «Ricordo che nessun tormento mi spaventava e soffrire fu il mio sospiro. Non desiderai il martirio?... Con lacrime supplicai nelle mie lunghissime orazioni di potere salire il Calvario con lo Sposo, e ivi essere da Lui crocefissa, e crocefissa con Lui sulla croce: morire. Di là al Cielo!... In Religione ho sentito assai il mio dolce obbligo di immolarmi con Lui-Ostia, e tornai a chiedere il permesso di offrirmi anch’io vittima al Padre insieme alla grande Vittima nel sacrificio della S. Messa... Mi fu assegnato il dì di tutti i Santi. Avendo chiesto di scriverlo tutto con il mio sangue, mi fu pure accordato» (CM 75-79).

 

LA PURIFICAZIONE PASSIVA

 

Come abbiamo detto inizialmente, il cammino che porta all’unione con Dio non prevede solo lo sforzo umano ma vi è una parte predominante che spetta a Dio, anche se le due azioni non sono mai separate ma si sovrappongono, non esiste una purificazione attiva e dopo quella passiva, ma per comodità di descrizione le abbiamo separate.

Quando Dio vede l’anima innamorata che si dona a Lui, si piega sempre più verso quest'anima e, per amore, comincia a purificarla.

Per Maria Barba cominciano le prove a 17 anni dopo «l’abbondanza di dolcezze».

«Una volta mentre assistevo papà infermo mi sentii sola e provai tanto squallore e affanno. Con gli occhi lacrimosi chiamai: "Gesù, Gesù". E Gesù si affrettò di ritornare ma fu l’ultima volta a fare così. Altre volte l’ho chiamato, lo chiamo affannosamente, magari con qualche lacrima, ma Gesù non torna! Si allontana di più. Mi vuole trattare da grande, e io gli ho detto: Va bene, Gesù, allontanati pure; io ti seguirò sempre, ti terrò sempre dietro, pazza d’amore» (C.G.).

Iniziano anche le tentazioni contro la purezza, la carità, l’umiltà: «Quando sono tentata dalla maledetta superbia, sa che cosa provo? Tanta nausea, tanto sdegno». Ma Maria è decisa a non cedere alle tentazioni: «No! Fino a dare il sangue; non lo acconsento, non lo voglio!» Le tentazioni la stancano: «Quante volte dopo le tentazioni, mi sono sentita così stanca, come se fossi stata percossa fortemente» (C.G.).

Le prove non mancano, il padre si ammala e saranno tre anni duri per Maria, ma le prove continueranno: «Da allora cominciò per la nostra famiglia un’epoca di patimenti che è venuta giù per 12 anni, fino adesso... Gesù ha calcato la sua mano dolcissima; e sia Egli lodato. Io devo ringraziare Gesù della forza e uniformità che mi concesse in quel tempo». «Dai miei 17 anni fino ai 20, ebbi mio padre ammalato; poi lo perdetti» e saranno per lei 3 anni di «continue veglie, di forti patimenti e di umiliazioni» (C.G.).

E così cominciano a lavorare sempre più in profondità il Signore e lei; da lì a pochi anni Maria si troverà ad offrire a Gesù quanto più bramava: l’Eucaristia che per Maria è ciò a cui non può e non vuole rinunciare, l’unico vero cibo. Rinuncerebbe a tutto ma non alla possibilità di accedere alla comunione, questa è la sofferenza più atroce e interiore, molto più che le veglie notturne a cui si sottoponeva per accudire il padre e delle umiliazioni ricevute in seguito alle percosse da lui ricevute, e lei lo ricorderà anche nella Confessione Generale Cominciai a soffrire per l’Eucaristia quando, all’incirca verso i 17 anni, mi balenò l’ispirazione di non tralasciare la Comunione frequente. Dovevo faticare, lottare, per convincere i miei familiari ad accompagnarmi. Quando li avevo convinti, se pur ci riuscivo, c’era ancora da sopportare di vederli lenti, non sbrigarsi mai, occuparsi in altre azioni, sicché si giungeva in ritardo.

Quante Messe e Comunioni perdute per indolenza! Oppure si arrivava in chiesa all’ultimo momento e occorreva faticare per trovare un sacerdote. Che dire delle domeniche e feste, durante la malattia di papà e del fratello, e poi ancora dopo la morte della mamma? Per mesi e mesi, forse anche per un intero anno, per me non vi erano né domeniche, né chiesa, né santo Sacrificio ed Eucaristia. Quanti palpiti di desiderio, quanto mendicare e sperare che qualcuno si decidesse ad accompagnarmi nella tua casa, o mio Gesù! Sempre invano. Inutili le attese, il digiuno... Poi l’ora stessa mi avvertiva che la tua Mensa era chiusa per me.

Quando la mamma mi comandava di non andare, al mio cuore appariva freddezza non insistere. Avrei avuto la generosità di imporre a me stessa il sacrificio, si fosse trattato soltanto di me, ma io pensavo a Gesù, lottavo per Lui: sarebbe rimasto nel ciborio senza potersi unire alla sua creatura. Sentivo fortemente l’ideale di Gesù - Ostia, che è là per unirsi a noi. Da ciò nacque in me tale sensibile affetto e desiderio per la S. Comunione, che mi prostrava fisicamente fino a sembrare agonizzante, quando mi veniva rifiutato il permesso di andare a riceverla. Una forte e dolce fame, smanie amorose e pazze, mi facevano spasimare. La S. Comunione è il mio sospiro, la mia brama, il mio palpito. Per me non vi è alcun diletto su questa terra che nella S. Comunione. Me l’hanno detto, ed è vero: io andrei ad essa perfino spinta coi calci, o carica di catene. Come esprimermi? lo adoro questo nuovo genere di sofferenza che tu, Gesù, hai creato per me, questa via nuova per la quale tu hai voluto farmi passare. Adoro e benedico la tua santissima volontà, alla quale perfettamente mi unisco e mi uniformo ad ogni istante, per supplire a tutte le mancanze di amore che tu soffi nei cuori freddi e indifferenti a questo grande portento di amore che è l’Eucaristia. In primo luogo desidero offrirla in riparazione dei miei peccati, della mia stessa indegnità. L’altro giorno sentivo il mio cuore proprio come un vaso completamente vuoto, capace di contenere solo Gesù. Come riempirlo? Mi dessero anche mille mondi tutto e nulla per me, niente mi piace. Se tutte le creature volessero impegnarsi ad appagarmi, niente potrebbe farmi contenta. Considerando la mia giornata vuota, squallida senza Gesù Eucaristia, gli dico: mi hai tolto tutto. Rimarrei tutta la notte raminga per le vie, senza riposo e in disagio, pur di riceverti la mattina dopo» (NSC 67-68)].

Gesù la purifica ricordandole quanto Maria le aveva promesso e Maria nella Salita dirà: «... straziata dalla privazione della SS. Comunione, mi struggevo pensando: "Ma perché Gesù mi prova tanto? Perché?". Non comprendevo come Lui, ch’è così amante, si accontentasse della sola prontezza, di cui gliene avevo fatto sacrificio. Allora sentii proprio rispondere con soavissima voce, avvolta in nube purissima celeste e tutta pace: "e non ti sei offerta vittima di riparazione per l’Amore Sacramentato?". Rimasi come colpita da quella voce, che mi ricordava una grande verità, alla quale più non pensavo. Sorrisi nel pensarvi. Gesù intanto invadeva la mia anima e i miei sensi. Oh, voce adorata, voce misteriosa dello Sposo residente nell’anima mia! "È vero!" dissi a me stessa. Quanto e quanto mi ero offerta a Gesù Sacramentato come vittima riparatrice per le offese e le freddezze, che riscuote nel sacramento del suo Amore. La mia offerta era stata ben accettata e il mio terribile martirio s’ammassò per ben 17 anni e oltre!» (SPP 45-46).

Nella Confessione Generale aveva anche scritto: «Non vi è dolore più grande, più sensibile, più angoscioso su questa terra d’esilio, che rimanere prive di quel cibo divino. Io dico che questa pena rassomiglia davvero a quella del purgatorio».

Antonietta, la sorella più piccola, nei suoi “Ricordi” scriverà che Maria le aveva detto: «Toglietemi la pelle, ma non toglietemi Gesù, non posso stare senza di lui».

E la sofferenza è quanto le viene chiesto. Gesù, quando Maria aveva 18 anni, le aveva detto: «Figlia mia Gesù ti vuole non solo tra i santi, ma anche fra i martiri» (SPP 45). E Maria lo seguirà: «Essere degna di Gesù» scrive «vuol dire morire assolutamente ogni momento, a se stessi; vuoi dire essere da Lui e con Lui crocifissi a ogni ora» (C. G.). Così cercherà sempre più di rinunciare a se stessa.

 

Le prove continuano: a 7 anni dalla morte del padre, perderà il fratello Paolo (settembre 1911) e dopo altri tre anni la madre (5 giugno 1914) e, quando capirà che è il momento di entrare in Monastero ed entrerà nel Carmelo di Ragusa, dopo un’attesa di 20 anni, si ritroverà a perdere tutti gli affetti familiari, un’ulteriore sofferenza. Maria non rivedrà mai più nessuno dei familiari: «Prima che il treno si staccasse dalla città e dai miei cari, entrai in chiesa e, prostrata dinnanzi al Tabernacolo santo, io sentii d’immolarmi, e mi immolai in silenzio a Lui... E fu solo a 35 anni ben compiuti ch’io varcai la soglia benedetta del chiostro: orfana, sola, senza la compagnia dei miei cari fratelli e sorelle, che avevo lasciato straziati e spiacenti del mio passo, squarciata anch’io nel cuore da tanti dolori, ma ben tua, tutta tua, o Gesù. E sinceramente risoluta di santificarmi... Da 12 anni non vedo il volto dei miei cari, non odo la loro voce. Il mio sacrificio è stato completo. Se Tu vuoi, voglio, bramo che duri fino al giorno dell’eternità» (CM 53, 89, 94).

«Entrando in religione Gesù misericordioso mi presentò subito la Croce: la croce fisica e la croce dello spirito» (CM 99).

«No! In Religione non mi sono mancate croci e non mi mancano. Gesù mi ha fatto passare per il torchio: non ho forse gustato l’inferno? Ma se mi fosse mancato il patire, ciò sarebbe stato un motivo per non essere felice!» (CM 24).

 

Maria da priora ricorderà: «Quanto ho sofferto quando la prova s’è scagliata, quanto ho dovuto bere al calice di Gesù! E Lui s’è nascosto ed io ho lottato. Passata la bufera, la piccola sosta che Gesù mi fa prendere, è quasi sempre una carezza e un’onda soave di purezza al cuore. Oh, mio Dio, io Ti amo!» (CM 14). Ed ancora: «Sì, Egli m’ha fatto passare per il crogiolo, ho molto sofferto, ma tutto ciò sta in conto di tante gioie» (CM 16).

Durante il noviziato scriverà: «O mio Signore, Tu vuoi distruggere in me: le più sottili fibre, la minima cosa che non sia perfetta, che abbia ancora della natura, dell’io della volontà propria anche in fatto di cosa virtuosa. Tu vuoi scendere e distruggere nel mio intimo quelle minime inezie, che io non avrei mai scorto senza la tua luce finissima, tutto ciò che di proprio può essere ancora in me. Fa' presto Signore, questa è la mia volontà» (SPP 135).

 

«Il mio Gesù mi ha chiesto sacrifici fortissimi» dirà nel 2° Canto sulla Montagna. «La considerazione di tutti i martiri della passione, degli obbrobri di Gesù, della sua Croce, delle sue spine, ch’io facevo per misurare una volta la piccolezza d’un mio sacrificio, tutto m’appariva al di sotto del mio soffrire. Per quell’atto che dovevo compiere, lottai forse un mese o più, perché dovevo attendere l’occasione. Il mio martirio, il mio supplizio fu tremendo. Ma avevo detto: "Sì, l’avrei fatto" e rimasi ferma, malgrado tutte le ragioni che volevano farmi comprendere superfluo quell’atto, quel sacrificio, e che stavano per farmi vacillare. Al momento di compierlo Gesù mi tolse ogni orrore, io ebbi il candore e lo slancio generoso d’una bambina, e fu fatto! Quale mare di pace e di grazia al cuore, quanta felicità e ancora quale forza per compierne ancora di simili! Oh sì! Vincersi subito, vincersi tosto, dar subito il nostro assenso a Gesù, pregare: e tutto è fatto! Quanta forza, quanta virilità, quanta pace e felicità! Su tutto, su tutto, sempre "sì" a Gesù! Sì, Egli mi ha chiesto dei sacrifici fortissimi, ho dovuto darGli tutto il sangue del mio cuore».

Ma che cosa non possiamo noi con Gesù?

Non volendo dilungarci troppo nelle descrizioni di altre sofferenze ricordiamo le sofferenze allo stomaco, in coro, in refettorio, alla ricreazione, nell’amore alle consorelle, che la Beata Maria Candida ha dovuto subire [«Quanto non devo ringraziarlo! Dei dolori sì forti allo stomaco mi straziavano ed io tante volte non sarei potuta stare che rannicchiata o adagiata sul letto, e invece, Gesù mio, quanti anni di simili strazi e osservando gli atti comuni... Che cosa dire del tormento che mi porgeva il refettorio? Quel po’ di cibo che alle volte prendevo, mi dilacerava quasi cristallo. I cibi più delicati mi avrebbero torturata; che dire del companatico frugale della nostra cena? del pane duro? Ma, o Gesù, come ringraziarti di tanto regalo?... Ricordo che a volte, rientrando in cella la sera, dopo Mattutino, dando uno sguardo al povero letto dal quale mi ero alzata a stento e dolorante al mattino presto, mi volgevo a Gesù, e scorrendo col pensiero la lunga giornata, tirata tra tante sofferenze, osservanze regolari e piccole fatiche, ripetevo dal profondo del cuore: "Gesù, sono ancora in vita!" Mi meravigliavo io stessa di aver potuto finire la giornata, senza sottrarmi a cosa alcuna, tra tanti spasimi. La stessa ricreazione fatta in giardino era per me occasione di una sofferenza maggiore, perché si doveva stare in piedi, o fermi o passeggiando. Mio Dio, quanto ti sono obbligata per tanta grazia!» (CM 100-107)].

 

LA NOTTE OSCURA

 

Dopo avere sperimentato tanto amore del Signore nei suoi confronti, dopo avere ricevuto tante grazie, dopo essersi impegnata in un attivo e crescente cambiamento di sé per diventare come la voleva Gesù, dopo aver affrontato tante sofferenze e prove di ogni tipo, il Signore la immerge nella notte oscura dei sensi e dello spirito, notte in cui l’anima dubita di tutto, non ha il sostegno del Signore che adesso non riesce più a sentire, e Madre Maria Candida viene provata al crogiolo dell’amore di Cristo perché ne possa uscire più pura e più candida come il nome che porta. Ma sentiamo come ella stessa ci descrive quei terribili momenti, quella terribile prova in "Salita: primi passi":

«Prima di giungere a quello spogliamento (totale, voluto da Dio) come bisogna lavorare e lottare! In verità l’anima lo vuole pienamente, lo desidera; ma per la natura giungere a tale spogliamento assoluto d’ogni propria inclinazione, di ogni propria minima volontà, per quale crogiolo Gesù la farà passare! Ma poi è l’unione consumata anche qui sulla terra.

È vero: lunga è la via, ma se l’anima saprà ben darsi a Gesù, ben pure arriverà.

A prima vista sembra facile rinnegarsi in tutto, in piena calma, non aver punto volontà. Ma non è così! Per la mia santificazione avevo lottato e faticato oltre venti anni e quasi mi sentivo al sicuro da ogni sorpresa di passione. Sì, l’anima mia s’era ben trasformata, ma Gesù aveva ed ha un più alto ideale di santificazione per me. Ecco che venuta in Religione, dopo aver gustato periodi soavissimi di raccoglimento - che mi fecero soffrire un vero martirio per distrarmi -, fui fatta segno a delle visite dolcissime della divina grazia. Il mio Dio, come fascio di luce purissima, mi investiva sin nelle fibre più intime dell’anima mia, rendendomi veramente beata del suo tocco divino e immersa in Lui».

 

Dopo la luce delle grazie, ecco la notte oscura del senso

 

«Ma chi l’avrebbe supposto? Questa Luce santissima mi apportò le tenebre e mise sossopra il fondo della mia natura non ancora ben purgata, per finirla però di correggere e purificare. Come ce lo spiega bene il Nostro S. Padre Giovanni della Croce, e quanto tardi io ebbi la consolazione di apprenderlo e di capire ciò che avveniva in me.

Ecco che io mi trovai con tutte le passioni in subbuglio; per di più: esercitata bene esternamente e ancora tanto sofferente nel corpo. Mi pare d’avere lottato e di non essermene perdonata nessuna; cioè: di non essermi permessa alcun mezzo per soffrire meno o soddisfarmi in alcuna cosa, o tralasciare il minimo atto di virtù o di sacrificio o di crocifissione a me stessa.

Ed io qualche volta ho sentito l’effetto di tal lavoro di Gesù; cioè la purezza nell’anima mia, l’acquisto d’un qualche cosa che non so dire: un nuovo stato in me, quasi il possesso della virtù, la dolce padronanza sulle passioni. Ma questo qualche volta.

Però non oso affatto fermarmi a dire ciò che prima ho patito. Le sofferenze, le lotte che ho accennato, sarebbero state un nulla se avessi sentito con me Gesù. Ma patire senza più sapere quasi nulla di Gesù, agonizzare in un mare di tentazioni e ripugnanze, e intanto sentirmi affatto estranea a Lui, anzi da Lui assolutamente rigettata e come ributtante al suo Cuore; avere l’anima dilagata dall’aridità, lo spirito fra le tenebre, la mente avvolta nelle distrazioni, nessuna goccia di consolazione in nessuna cosa, anzi soffrire in tutto: sembrare Gesù come applaudire a tante agonie e farsi Lui stesso tiranno e tutte le creature cooperare... questo, è un inferno!

Così l’anima mia l’ha qualificato spontaneamente! Ho potuto gridare al mio Sposo: "O Gesù mio, ora sì che mi costi!".

Sì, davvero: in tutta la mia vita m’è stata concessa la sorte di patire. Non sono sola a poterlo affermare. Il mio confessore mi affermava spontaneamente d’avermi vista soffrire sempre martiri.

Ma qua in Religione, stretta dal lavoro amoroso di purificazione maggiore, ho sentito di non avere tanto sofferto come prima. Gesù sì buono si è affrettato per la mia santificazione, non perde un minuto per farmi soffrire. Quando mi raccolse con tanto amore dai seno della famiglia per piantarmi nel giardino carissimo del Carmelo, tosto mi abbandonò, anzi mi gettò assolutamente (sola nella prova). Ma tornava di quando in quando a stringermi al suo Cuore e a farmi felice con le sue grazie. Sono quelle che ho già raccontate (cfr. capitolo IV: "Grazie mistiche" - N.d.R.).

Anzi pareva non avesse cuore né calma di vedermi soffrire; e perciò, dopo che m’aveva visto penare due o tre giorni, presto s’affrettava ad accostarsi e a consolarmi con altrettanta gioia. "A misura della moltitudine dei patimenti del mio cuore, le Tue consolazioni letificarono l’anima mia" (Salmo 68,17)».

 

Notte oscura dello spirito

 

«Ma in seguito Gesù mi abbandonò a pene più lunghe, e poi a più lunghe ancora. La sua visita fu, ed è sì rara alla povera anima mia. Al Suo ritorno io speravo che fosse per sempre; speravo che fossero finite le mie pene acerbe. Ma ahimè! All’anima sembra così! Anzi quella goccia, quella bella luce d’amore e di Cielo non era che un soccorso amoroso per una prova più terribile e più lunga.

Quando m’aspettavo d’essere raccolta dalla sua mano d’amore, Egli s’era appressato per spingermi più in là, ancora più lontano da Lui, come si farebbe d’una cosa della quale si ha schifo e ripugnanza, e la si manda più in là con la punta del piede.

O mio Gesù, è stato ed è tutto amore il Tuo! Ma com’è forte! Com’è difficile il crederlo fra tante oscurità, fra tante onde, che parrebbero inghiottire l'anima. Ma io lo credo!

A volte chiedevo a Gesù qualche segno che mi dicesse se quella era la prova. Gesù tanto buono spesso mi rispondeva al mio cuore trepidante con il segno richiesto. Ma poi mi fu tolto il permesso di chiedere dei segni. Anzi non potei neppure ricevere il conforto di sapere se il mio stato penoso fosse proprio volontà di Gesù. Mi fu lasciato solo di soffrire.

Quante volte, non comprendendo altro che la mia terribile miseria e l’orrore delle mie iniquità, ho ripetuto a me stessa: "Ma chissà. Ch’io sia veramente e grandemente colpevole? Chissà!" Oppure dicevo: "Io sono perduta".

Ma per bontà divina non mi lascio sommergere dallo scoraggiamento. Tante volte mi rialzo. V’è quando agonizzo nelle mie ambasce. A gustarne tutta la profondità, ch’è immensa, non finirei di penare. Me ne astengo solo per timore di abbandonarmi troppo e di ritrovarvi appagamento.

Qualche lontana volta Gesù buono ha risposto alle mie agonie, e m’ha lasciato dire da chi lo poteva che Lui stesso sta adornandomi con tutte le sue mani, che a Lui sono oltremodo diletta e ancora (altre) cose più belle.

Ma che il soffrire sia la mia parte quaggiù, ben lo so!

Dalle pene, dalle prove, dalle contraddizioni ho sentito davvero rompermi le ossa, stritolarmi come i cari martiri di Gesù, dati alle fiere e sbrandellati, per la gloria del suo santo Nome. Io ho sentito fortemente stracciarmi, straziarmi, farmi in pezzi. Sì, io l’ho sentito!

Un giorno, guardando un albero intieramente potato, vidi in esso l’immagine perfetta dell’anima mia. Tutto mi era stato altresì levato: i bei rami, le belle foglie, i fiori, tutto! Gesù aveva ritirate a Sé tutte le grazie; io non ero altro che un povero tronco. E credevo che la mia prova fosse già grande. Ma questo povero tronco fu dato altresì alla scure. Né credo di conoscere bene del tutto il patire».

 

Le appare Gesù agonizzante nell’Orto degli Ulivi

 

«Una sera - 7 marzo 1922 - se ricordo bene, mi ritiravo in cella, dopo un giorno di sofferenze fisiche, sopportate, come sempre, senza chiedere sollievo o riposo; per amore di Gesù ero intervenuta a tutti gli atti comuni, fra vero spasimo. Postami a letto, dovetti subito alzarmi, non potendo assolutamente restarvi per le sofferenze che mi si accrescevano. Avevo tanto bisogno di riposo, avendone fatto il sacrificio fino a quell’ora tarda. Avevo tanto freddo, anche perché in preda ad un fortissimo raffreddore.

Eppure Gesù amorosissimo mi chiedeva ancora di soffrire, ancora il sacrificio del riposo. Quando mi sentivo già sazia di soffrire e bramosa di riposo, invocavo con tutto il calore il Suo aiuto per soffrire ancora... s’accrescevano i miei soliti spasimi allo stomaco e i dolori acerbissimi ai nervi del piede, attentando veramente al mio coraggio. Gemevo e supplicavo aiuto da Gesù, da Maria. Ma se per un istante si diradavano quei tormenti ai piedi, era per tosto assalirmi con più acerba intensità, sì da farmi tremare. Il mio coraggio pareva volesse cedere. Quasi desolata, giravo lo sguardo per la celletta buia, come ad invocare e cercare conforto. lo non volevo cedere: volevo soffrire. Chi era con me? Dov’era Gesù che invocavo? ove Maria? Con me c’era soltanto un cumulo di sofferenze e, se non sbaglio, anche il disagio della febbre. E Gesù era nascosto.

Ma pure vidi. Sì, vidi. Che cosa vidi? Gesù come fra le agonie dell’orto, invocante il Padre: altro non vidi che il Suo calice amarissimo!

L’anima mia, in preda a tante ambasce e invocante Gesù, altro non vide che un cumulo di terribili sofferenze, calice preziosissimo riserbatomi dall’amore e dalla giustizia del mio Gesù.

Oh, visione terribile, che mai dimenticherò!... e alla quale l’anima mia atterrita, pur tremando e volendosi esimere, ebbe la grazia di offrirsi generosamente, solo confidando nel soccorso di Lui.

No, non potrò dimenticare quella luce di Gesù, quella terribile visione in quella notte tremenda. Sentii davvero quanto è terribile darsi nelle mani del Dio vivo. Sentii pesare su di me tutta la Sua giustizia tremenda.

Non m’ero offerta mille volte vittima al mio Dio per la salvezza delle anime, per espiare e riparare? Non m’ero mille volte posta nelle mani divine, lasciando al mio Signore ogni libertà d’immolarmi e crocifiggermi? Ed io quanto avevo chiesto croce e patire! Il mio Gesù come potrebbe appagare altrimenti la mia sete quasi infinita di purità e santità?

lo ho pregato con il consenso dell’obbedienza: che la mia anima parta dal corpo sì pura, sì santa da non aver a sopportare ancora nel Purgatorio la privazione del mio Bene, ma si unisca subito ed in eterno allo Sposo. E come potrebbe ciò avvenire senza patire?

E poi... ho peccato. Quella Giustizia santissima non risparmiò il mio Gesù. Ed io, che mi sono offerta a patire con il mio Signore appassionato per i miei peccati e per quelli degli altri, ma più ancora per amore, come potrà risparmiarmi?

Ma è pur vero che non avrei mai pensato ad un apparato sì terribile di patimenti diversi e immensi, come vidi per me apparecchiati in quella notte. Se con il mio Gesù agonizzai qualche istante, con Lui altresì ebbi il coraggio per offrirmi pronta, benché allora non me ne sentissi punto la forza, la grazia.

Poche notti appresso, quella visione terribile mi si rappresentò ancora. Era il 18 marzo, se non sbaglio».

 

 

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